Pena di morte indegna: la rivolta dei vescovi americani
Dopo l’iniezione letale fallita nel Tennessee c’è chi invoca plotoni d’esecuzione e sedia elettrica. Torna a farsi sentire la Chiesa: «Giusto credere nella responsabilità, ma anche nella redenzione»
Lettura 3 min.
Un’esecuzione “mancata” ha riaperto la discussione sulla pena di morte in America. Lo scorso 30 settembre è accaduto, infatti, che nello stato del Tennessee Christa Pike, una donna di 50 anni condannata a morte quando era diciottenne per l’assassinio di una coetanea e per 30 anni detenuta nel braccio della morte, è sopravvissuta a due iniezioni letali a base di pentobarbital, tra atroci sofferenze. E, ancora in vita, è stata trasferita in un vicino ospedale subito dopo il fallito tentativo di darle la morte, ma - nonostante abbia ripreso conoscenze e abbia ricominciato a parlare - non sono ancora chiare le condizioni di salute in cui versa.
In Tennessee, nel cui braccio della morte Christa è stata l’unica donna in oltre due secoli ad essere stata condannata alla pena capitale, il boia aveva già fallito quest’anno: nel mese di maggio non riuscì a trovare le vene di Tony Carruthers, un detenuto afroamericano di 57 anni. Dopo circa un’ora e mezza di tentativi l’esecuzione venne annullata. In quel caso il farmaco non fu iniettato, mentre a Pike (che un mese fa aveva chiesto di essere piuttosto impiccata) le due flebo previste dal protocollo sono state somministrate in fretta e furia per tentare di arrivare a chiudere l’esecuzione entro la prevista mezzanotte. Christa tuttavia non è morta. Respirava ancora, rumorosamente, sbatteva le palpebre e, a un certo punto, si è lamentata con il consigliere spirituale: «Il braccio mi brucia, sta per scoppiare. È normale che vada così?».
I contrari
Molte le voci di protesta che si sono levate contro l’esecuzione della donna e contro la pena capitale in generale: «È la peggiore esecuzione a cui abbiamo assistito, senza precedenti nell’era moderna», ha detto Robin Maher del Death Penalty Information Center andando indietro fino al 1976, quando la Corte Suprema autorizzò gli Stati Usa a ricorrere all’iniezione letale. L’alto commissario Onu per i Diritti Umani, Volker Turk, ha chiesto al Tennessee di non compiere ulteriori tentativi: «La sofferenza prolungata, fisica e mentale è abominevole». Lo stesso governatore del Tennessee, Bill Lee, che lunedì aveva negato la grazia a Christa, ha sospeso un’altra esecuzione in programma quest’anno per rivalutare i protocolli falliti, in ogni caso, dopo “l’incidente”, il capo dell’amministrazione penitenziaria del Tennessee, Frank Strada, si è dimesso.
I favorevoli
Tuttavia lo shock non ha dissuaso i sostenitori della pena di morte: John Yoo, l’ex collaboratore del giudice della Corte suprema Clarence Thomas, ha chiesto, intervenendo sulla rete televisiva Fox, che Pike finisca di fronte a un plotone di esecuzione visto il flop del pentobarbital; allo stesso tempo, la senatrice trumpiana Marsha Blackburn che corre per diventare governatore del Tennessee, ha proposto il ritorno alla sedia elettrica.
Il crimine di cui si rese responsabile trent’anni fa Christa Pike, fu particolarmente efferato: nel 1995, Pike aveva solo 18 anni quando, insieme al suo fidanzato di allora, Tadaryl Shipp (che aveva 17 anni e, in quanto minorenne, fu condannato all’ergastolo), picchiò, torturò e uccise Colleen Slemmer, una ragazza di 19 anni conosciuta in un campo di formazione professionale per adolescenti problematici. Aveva accusato Slemmer di averla insultata e di aver tentato di rubarle il fidanzato. Altri due residenti del campo testimoniarono in seguito che Pike si era vantato dell’omicidio sia prima che dopo, e che aveva mostrato loro un pezzo del cranio di Colleen. Successivamente, si venne a sapere che Christa aveva dei genitori alcolizzati e che fu abusata fin da quando era ragazzina.
In ogni caso, sul fronte di chi contesta la pena capitale, troviamo invece i rappresentanti di diverse chiese cristiane. La fallita esecuzione di Christa Pike ha spinto infatti le Chiese dello stato a rivolgere un forte appello alle autorità. I vescovi cattolici, insieme ai vescovi della Comunione anglicana e ai luterani, hanno chiesto al governatore Bill Lee di commutare la condanna a morte della donna in ergastolo e di impedire un nuovo tentativo di esecuzione. «Crediamo che ogni essere umano porti in sé l’immagine di Dio e che, pertanto, possieda una dignità che nemmeno il peccato più grave può cancellare. Crediamo nella responsabilità, ma crediamo anche nel pentimento, nella redenzione, nella misericordia e nella possibilità di trasformazione», scrivono i vescovi cristiani. «Nulla nella nostra richiesta sminuisce la gravità di quel crimine, tuttavia, la responsabilità non deve necessariamente richiedere un’altra morte», sottolineano ancora i rappresentanti delle Chiese. «Le chiediamo pertanto rispettosamente di esercitare l’autorità conferitale - prosegue la dichiarazione - e di commutare la condanna a morte di Christa Pike in una pena che tuteli la collettività preservandone al contempo la vita. Un simile atto non nega la giustizia, ma dichiara che la giustizia non deve necessariamente trasformarsi in vendetta e che lo Stato del Tennessee può scegliere la moderazione, la dignità umana e la clemenza».
Il magistero della Chiesa cattolica si oppone all’uso della pena capitale in quanto violazione della sacralità intrinseca della vita umana e si batte per l’abolizione di tale pratica in tutto il mondo. Nel 2018, Papa Francesco ha rivisto il Catechismo della Chiesa Cattolica per chiarire, in via definitiva, l’insegnamento secondo cui la pena capitale è moralmente “inammissibile” «perché costituisce un attacco all’inviolabilità e alla dignità della persona». All’inizio di quest’anno, poi, Leone XIV ha inviato un videomessaggio ai cattolici abolizionisti della pena di morte in occasione del quindicesimo anniversario dell’abolizione della pena capitale nel suo stato natale, l’Illinois. «La Chiesa cattolica ha sempre insegnato che ogni vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale, è sacra e merita di essere protetta», ha affermato Papa Leone nel suo messaggio di aprile. «Il diritto alla vita è infatti il fondamento stesso di ogni altro diritto umano».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
