Monumento ai Caduti, la lanterna da rivalutare
Geni lariani. Dalla fiaccola del genius loci alla lanterna di Terragni: la proposta per unire Volta, Sant’Elia e l’architettura comasca nel 2027
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Esiste la “fiaccola del genius loci”? Un testimone che in una città ci si passa di generazione in generazione per trasmettere ai posteri valori, identità e cultura con la speranza che chi viene dopo li custodisca, ne tragga ispirazione e, se possibile, li accresca? Guardando l’orizzonte di Como e la sua storia verrebbe da rispondere un “sì” convinto. E qui si vuole lanciare la proposta di dare una forma tangibile a quella “fiaccola”, posandola sulla sommità del Monumento ai Caduti, sotto forma della lanterna che già Giuseppe Terragni aveva ipotizzato di collocarvi nel progetto originale.
Prima di spiegare le ragioni della proposta, peraltro non nuova, torniamo un attimo alla “fiaccola del genius loci”. Certo, si può - e si deve - osservare che in più occasioni si sono fatti cambi “fuori campo” o “fuori tempo”, per dirla in termini sportivi, quasi fosse una staffetta sulla pista d’atletica leggera, e la torcia ha rischiato di spegnersi. Ma ci sono stati anche dei passaggi da cineteca, o da record del mondo: quando è morto Alessandro Volta, nel 1827, il suo testimone è stato raccolto non da un solo grande uomo o grande donna, bensì da una fetta via via crescente della società comasca, quella che ha fatto il ’48, dipingendo gli illustri concittadini del passato da cui trarre ispirazione direttamente sul soffitto e sulle pareti del vecchio palazzo municipale ubicato nella via del centro storico che, non per caso, è intitolata alle Cinque Giornate. Dopo l’Unità d’Italia, da novità elettrizzanti come il “trenino verticale”, ovvero la funicolare Como-Brunate inaugurata nel 1894, e gli avveniristici padiglioni delle Celebrazioni Voltiane del 1899, ha tratto ispirazione Antonio Sant’Elia che, non smetteremo mai di ricordare, è stato collocato dal professor Sanford Kwinter del MIT di Boston, nel suo saggio “Architectures of Time” (2001), nel ristretto nucleo di geni del XX secolo - accanto ad Albert Einstein, Henri Bergson, Franz Kafka e Umberto Boccioni - capaci di rivoluzionare il concetto di spazio tempo. Mentre Sant’Elia moriva al fronte esattamente 110 anni fa, il 10 ottobre del 1916, a Como studiava un ragazzino nato a Meda, Giuseppe Terragni, che una decina d’anni dopo avrebbe dato concretezza a una rivoluzione dell’architettura, quella razionalista, con visioni in vetrocemento, mentre il suo predecessore, cui è dedicata una delle opere più poetiche di Terragni, l’asilo Sant’Elia di via Alciato, si era dovuto fermare ai disegni della “Città Nuova”.
La conclusione di questa lunga premessa è: perché nell’anno del bicentenario di Volta, il 2027, non ne approfittiamo per realizzare un’installazione luminosa che già era nel disegno della “Torre faro” cui si è originariamente ispirato - o dovuto ispirare su proposta di Marinetti - proprio Giuseppe Terragni per progettare il Monumento ai Caduti di Como? Omaggeremmo tre tra i più straordinari interpreti del “genius loci” comense in una volta sola.
Fin qui stiamo parlando di idee e sogni, d’accordo, ma andando sul concreto non è poi così difficile trasformarli in realtà. Già nel 2004, il comitato promotore del centenario di Terragni, di cui assieme al pronipote Attilio facevano parte anche luminari dell’architettura mondiale con Peter Eisenman e Daniel Libeskind, propose di realizzare la famosa lanterna, che nel 1933, quando il monumento fu inaugurato, venne accantonata per carenza di fondi. Non ci siamo dimenticati che allora il parere negativo arrivò dal sovrintendente Alberto Artioli in persona. Anzi, lo riportiamo qui, perché ovviamente era supportato da argomentazioni di cui è giusto tenere conto anche oggi: «Qualsiasi opera d’arte va rispettata, una volta licenziata dall’autore. Il monumento di Terragni non è un incompiuto, che comunque sarebbe logico mantenere tale, come la Pietà Rondanini di Michelangelo... Qualsiasi opera che è stata fatta è il frutto di una contingenza: economica, piuttosto che dettata dalla guerra o dalla morte dell’autore». E se è vero che Terragni rinunciò alla lanterna solo per mancanza di denaro, «pure Bramante - ribattè Artioli in un’intervista al sottoscritto - è stato condizionato dalle scelte del papa e dalle disponibilità economiche quando ha costruito San Pietro».
Tuttavia, non sembrano meno valide le motivazioni con cui il compianto Alberto Longatti sostenne il contrario rispetto al sovrintendente: «Terragni non si limitò a “pensare” le cosiddette “lanterne”, ma diede loro sulla carta e in modelli plastici forme e dimensioni di cilindri in cristallo, così come Sant’Elia li aveva abbozzati in un disegno prospettico e Prampolini [autore della prima trasformazione del disegno di Sant’Elia in un progetto, ndr] li aveva interpretati in un paio di tavole. Anzi, fece di più: diede incarico ad un maestro d’arte vetraria, il Venini, di preventivare l’esecuzione di quattro fila di colonnine trasparenti, altre tre metri, ed il loro relativo costo».
Già nel 2004 il comitato per il centenario di Terragni aveva cercato una quadratura del cerchio proponendo che la lanterna fosse rimovibile. Se riprendessimo l’idea e provassimo a realizzare questa “serie di colonnine luminose” come installazione temporanea per il 2027 – augurandoci che il bicentenario voltiano possa essere un po’ anche una celebrazione del “genius loci” lariano a tutto tondo, come fu il centenario - e poi si valuta l’effetto che fa e si decide se tenerla o rimuoverla?
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