La giustizia italiana è in stato comatoso

Destabilizzazione. Dietro il collasso dei tribunali non c’è il caso, ma la precisa scelta politica di rincorrere la retorica dell’emergenza

Lettura 2 min.

Per capire lo stato comatoso in cui versa la giustizia italiana basterebbe mettersi, per un momento, nei panni di un giovane magistrato. Esordisce con il fervore ideale di chi ha scelto un mestiere difficile perché crede che amministrare la giustizia significhi, prima di tutto, servire lo Stato e i cittadini. Dopo pochi mesi, scopre che quell’ideale deve fare i conti con una realtà assai meno nobile: ruoli sovraccarichi, fascicoli che si accumulano, udienze che si susseguono, personale insufficiente e lavoro che, inevitabilmente, finisce per seguirlo a casa. Non è soltanto una questione di magistrati. È l’intera macchina giudiziaria a essere imbolsita e affaticata. Manca il personale nelle cancellerie, dove stipendi modesti e condizioni di lavoro insostenibili risultano demotivanti per chiunque (in alcuni Tribunali esistono carenze di organico del 60/70 per cento).

Ammettiamolo, si lavora male nei tribunali italiani anche perché il clima che vi si respira è quello di una emergenza permanente. E non tutte le ragioni di questa emergenza sono antiche o inevitabili. La durata dei processi, ad esempio, non può essere spiegata con l’ignavia dei magistrati, come piace raccontare a qualche bello spirito. Esiste una sproporzione abnorme tra la quantità del contenzioso e le risorse umane e materiali disponibili. Si tratta di un problema che la politica, da anni, conosce perfettamente fingendo di ignorare che la giustizia non si riforma soltanto cambiando le regole, spesso ripetutamente (Riforma Cartabia, poi Cartabia bis, tris..).

Servono investimenti, personale, strutture, strumenti. Questo vale sia per la giustizia civile che per quella penale. Si pensi al sovraffollamento carcerario che rappresenta un’offesa allo Stato di diritto e al precetto costituzionale che prevede la “rieducazione” e, quindi, il recupero sociale del reo: con il clima culturale che si respira nel paese, oggi questo principio sembra quasi una boutade. È in questo cortocircuito che la retorica della sicurezza rischia di diventare una immane fiera delle illusioni. Si pretende dal magistrato una risposta severa, ma contemporaneamente non si mettono a disposizione gli strumenti necessari per rendere effettiva quella risposta. Mancano posti nelle carceri, i dispositivi elettronici di controllo (i c.d. braccialetti) non sono sempre disponibili in misura sufficiente e perfino l’attività quotidiana delle forze dell’ordine deve fare i conti con risorse limitate: risulta difficile presidiare il territorio quando persino il carburante diventa una voce da contingentare.

Risulta singolare che il dibattito pubblico finisca spesso per scaricare sui magistrati responsabilità che appartengono soprattutto alle scelte organizzative e finanziarie dello Stato. Si invoca più sicurezza, ma non si investe abbastanza per garantirla; si pretende una giustizia più rapida, ma non si fa nulla per colmare le carenze di organico; si chiede certezza della pena, ma si finge di ignorare le condizioni materiali del sistema penitenziario. Forse è giunta l’ora di smetterla con gli slogan. Una giustizia che funziona male non è figlia del caso: è il risultato di anni di scelte, omissioni e priorità politiche. E allora c’è un ultimo paradosso che risulta inquietante.

Se si lascia deteriorare un servizio pubblico essenziale, se si alimenta la percezione di una giustizia inefficiente e di una sicurezza fuori controllo, il cittadino finisce per chiedere allo Stato di intervenire con maggiore forza e cipiglio. In verità, si tratta di un meccanismo antico: prima si alimenta l’insicurezza, poi si invoca l’uomo forte capace di ristabilire l’ordine. Come dire, destabilizzare per stabilizzare. Inutile raccontare favole: il clima di sfiducia verso la democrazia, che il vento populista continua a favorire, può essere domato solo attraverso uno Stato capace di investire, organizzare e ridare efficienza alle proprie istituzioni. Tutto il resto è solo demagogia.

© RIPRODUZIONE RISERVATA